Studi

Lafaye 1883; Cavallaro 1984; Vandenberg 1984; Bélis 1989, Caldelli 1993.

 

Cum magni aestimaret cantare etiam Romae, Neroneum agona ante raestitutam diem revocauit flagitantibusque cunctis caelestem vocem respondit quidem in hortis se copiam volentibus facturum, sed adiuvante vulgi preces etiam statione militum, quae tunc excubabat, repraesentaturum se pollicitus est libens; ac sine mora nomen suum in albo profitentium citharoedorum iussit ascribi orticulaque in urnam cum ceteris demissa intravit ordine suo, simul praefecti praetorii citharam sustinentes, post tribuni militum iuxtaque amicorum intimi. Utque constitit, peracto principio, Niobam se cantaturum per Cluvium Rufum consularem pronuntiavit et in horam fere decimam perseveravit coronamque eam et reliquam certaminis partem in annum sequentem distulit, ut saepius canendi occasio esset. Quod cum tardum videretur, non cessavit identidem se publicare. Dubitavit etiam an privatis spectaculis operam inter scaenicos daret quodam praetorum sestertium decies offerente. Tragoedias quoque cantavit personatus heroum deorumque, item heroidum ac dearum, personis effectis ad similitudinem oris sui et feminae, prout quamque diligeret. Inter cetera cantavit Canac[h]en parturientem, Oresten matricidam, Oedipodem excaecatum, Herculem insanum. In qua fabula fama est tirunculum militem positum ad custodiam aditus, cum eum ornari ac vinciri catenis, sicut argumentum postulabat, videret, accurrisse ferendae opis gratia.

 

Traduzione

Poiché considerava di grande importanza cantare anche a Roma, indisse di nuovo i Neronia prima della data stabilita e, alle pressanti richieste di tutti, di sentire la sua voce celeste, rispose, sì, che ne avrebbe data la possibilità a chi ne avesse piacere, nei suoi giardini; ma poiché anche il picchetto di soldati che in quel momento erano di guardia dava il suo contributo alle preghiere del volgo, fu ben contento di promettere che l'avrebbe fatto immediatamente. E senza indugio fece scrivere anche il suo nome nella lista dei citaredi partecipanti al concorso, e inserita nell'urna la sua scheda con tutte le altre, entrò in scena quando fu il suo turno, accompagnato dai prefetti del pretorio che reggevano la cithara, seguito dai tribuni militari e attorniato dagli amici intimi.

E preso posto sulla scena, pronunciata la formula introduttiva, annunciò per bocca dell'ex console Cluvio Rufo che avrebbe cantato Niobe, e continuò fin quasi all'ora decima: e rinviò l'assegnazione della corona per quella gara come pure il resto del certame all'anno seguente, per avere più spesso occasione di cantare. E poiché questo tempo gli sembrava troppo lento ad arrivare, non la smise più di esibirsi continuamente in pubblico. Ebbe persino il dubbio se dovesse prender parte tra gli artisti di professione a spettacoli privati, quando uno dei pretori gli offrì un milione di sesterzi.

Cantò anche tragedie, interpretando il ruolo di eroi e di dei, come pure di eroine e di dee, indossando maschere fatte a somiglianza del suo volto e di quello della donna che in quel momento amava. Tra gli altri pezzi, cantò la Canace partoriente, l'Oreste matricida, l'Edipo accecato, l'Ercole furioso. Durante quest'ultima rappresentazione, una giovane recluta, posta a guardia di un'entrata, vedendo che lo abbigliavano e lo incatenavano secondo quanto richiesto dal tema del dramma, sarebbe accorsa, si racconta, a portargli aiuto. 

(trad. di Italo Lana)